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Il termine “Disturbo Specifico dell’Apprendimento” fa riferimento ad una precisa categoria diagnostica dal punto di vista clinico e scientifico, identificata da precisi criteri oggettivi e valutabili. Pertanto il termine DSA circoscrive un ambito di disturbi relativo alle abilità scolastiche che possono presentare bambini normodotati. Rappresentano una caratteristica costituzionale di tipo genetico, congenito e neurobiologico, non imputabile a problemi psicologici, a deficit d’intelligenza o a disagio socio-culturale.

Questi si differenziano da altri disturbi più “visibili” per il fatto di non essere diagnosticati fino a quando il bambino non è già abbastanza grande, ovvero fino al momento delle scuole elementari. La diagnosi di DSA arriva inaspettata, poiché i genitori si aspettano che i loro bambini si svilupperanno secondo criteri prevedibili: la loro risposta iniziale alla diagnosi di DSA quindi è lo shock.

I bambini con DSA possono causare una gamma di effetti sule loro famiglie, come stress familiare, discrepanze negli stili parentali, reazioni negative da parte dei membri della famiglia estesa, difficoltà ad interagire con la scuola e vari effetti su fratelli e sorelle.

E’ di fondamentale rilevanza dunque considerare il problema anche da un punto di vista più contestualista. Infatti gli aspetti emotivi possono essere innescati proprio da un contesto che non “accoglie”, ma anzi che stigmatizza il bambino, oppure che vede il problema esclusivamente come “medico”.

Nei Disturbi dell’Apprendimento è necessario tenere presente il carattere essenziale del rapporto con il contesto educativo e scolastico in cui il bambino è immerso per gran parte della sua quotidianità. Il ruolo della scuola nell’intercettare i segnali di disagio e nell’intervenire tempestivamente è fondamentale. Sono, infatti, proprio gli insegnanti che possono cogliere per primi le situazioni critiche evidenziate dall’alunno nel percorso di apprendimento. Una delle aggravanti del disturbo è costituita proprio dal suo mancato riconoscimento. Una diagnosi precoce può fare la differenza ed essere indice di una prognosi favorevole. L’insegnante ha il dovere di conoscere e riconoscere le caratteristiche di un disturbo specifico di apprendimento e sapere che taluni aspetti possono, almeno in parte, essere modificati. Ma deve anche accettare il fatto che qualcosa non si modificherà. Per questo motivo sarebbe importante che gli insegnanti valutassero il bambino su ciò che sa fare, quindi sul suo livello di abilità, e non in base a quello che non sa e forse non saprà fare anche più avanti, o perlomeno non secondo i tempi e i modi che rispecchiano le aspettative dell’insegnante.

L’aspetto sicuramente che meno aiuta i genitori a gestire questa situazione è la mancanza di informazioni adeguate su questo tipo di disturbi, cosa che può portarli a pensare da una parte che il figlio “non sia normale”, o all’opposto che sia solo pigro e che non si impegni a sufficienza. La reazione alle difficoltà del figlio da parte dei genitori può avere varie forme: può capitare che costringano il bambino ad estenuanti e faticosi esercizi di lettura, con il solo risultato di incrementare il senso di frustrazione del proprio figlio, oppure che si sostituiscano a lui/lei nello svolgimento dei compiti. Il rapporto che il bambino ha instaurato con i genitori costituisce una delle variabili ambientali che incidono maggiormente sugli esiti del suo percorso evolutivo. Quanto più egli percepirà in questi un atteggiamento teso alla comprensione e all’accoglienza, tanto più sarà in grado di controllare e superare i fattori negativi che possono influenzarne lo sviluppo affettivo, emotivo e cognitivo. Il pericolo maggiore è ignorare o rifiutare l’esistenza di un disturbo, cioè non accettare la “diversità” del figlio, scambiandola spesso per “inferiorità”. Spesso i genitori riconoscono che c’è un problema, e si rendono anche conto che le difficoltà del figlio sono per lui fonte continua di sofferenza: a casa, le ore passate sui libri a fare compiti e a studiare; e poi a scuola valutazioni negative, le incomprensioni con le maestre, i problemi con i compagni. Ma non sanno cosa fare, come affrontare la situazione: aiutarlo di più, oppure rinunciare, oppure semplicemente lasciare che le cose vadano come devono andare, senza farne un dramma quotidiano. Sarebbe auspicabile, invece, che il bambino potesse essere aiutato in ambito familiare a compensare la sua fatica nei compiti di lettura e scrittura, magari valorizzando le sue competenze relative ad attività di tipo extrascolastico che maggiormente lo gratificano.

La famiglia è protagonista di un processo di adattamento, oltre che vittima di una situazione stressante per cui si colloca a pieno titolo nel processo terapeutico sia per quanto riguarda i supporti psicologici di cui necessita, sia per quanto riguarda l’attivazione delle risorse di cui è portatrice. Il rapporto con i genitori pertanto, fin dal primo colloquio e nei successivi incontri all’inizio della terapia riabilitativa, è centrato sull’assistenza in funzione dell’elaborazione del lutto e del ritiro degli investimenti emotivo-affettivi per la perdita del bambino immaginario, in funzione della costruzione di una relazione che rimetta la mamma in contatto con il suo bambino oltre che ad offrire strumenti utili.

L’intervento iniziale con i genitori si prefigge pertanto di operare il passaggio dall’espulsione verso l’accettazione.

Il lavoro con i genitori nel primo colloquio e il successivo sostegno della famiglia al percorso riabilitativo non può essere omesso. La scoperta di un problema innato e immodificabile come un DSA si viene a configurare come un evento che mette a dura prova le capacità emotivo-affettive dei genitori e del nucleo famigliare che gli si stringe attorno.

E’ importante che il lavoro con le diverse figure riabilitative sia precoce e costante con l’obiettivo di sostenere, valorizzare e aumentare le competenze e le propensioni dei piccoli, oltre a migliorare la loro autonomia e la loro interazione con l’ambiente circostante, base su cui il bambino costruisce la propria autostima. I genitori, partecipando ad alcune sedute di attività riabilitativa con i terapisti, impareranno cosa fare in alcuni momenti della loro giornata a casa, senza però correre il rischio di ossessivizzare il bambino e pretendere troppo da se stessi e da lui, ma dando la giusta importanza alla relazione e agli aspetti emotivi. Una buona relazione con lui infatti permetterà una comunicazione profonda, di sfruttare a fondo le sue potenzialità, rispettando al tempo stesso la sua autonomia, libertà e cercando contemporaneamente per sé una controparte di gratificazione e di valorizzazione.

Counselor, Educatrice professionale

Simona Di Giulio

CENTRO CLINICO ALBANO LAZIALE